A Revine Lago ci sono i volontari che rischiano la vita lungo le careggiate per salvare gli anfibi in migrazione, sempre a Revine Lago, qualche centinaia di metri più in alto, finanziati con il nostro denaro c’è chi fa esattamente il contrario.

Nella foto si evidenzia lo scempio compiuto in questi giorni alla pozza in località La Posa nel comune di Revine Lago. La pozza in questo periodo, vede la presenza di migliaia di rospi e rane che depongono le uova per la riproduzione, esattamente come ai Laghi sottostanti.

L’acqua è stata quasi completamente tolta e 2/3 delle sponde con il relativo canneto sono state spianate. Considerando che i filamenti delle uova (la femmina può deporne fio a 5mila) vengono deposti lungo le sponde è verosimile pensare che sono state distrutte tutte, c’è da sperare che gli adulti siano già usciti dall’acqua poiché se così non fosse sarebbero anch’essi morti e sepolti sotto quintali di fango. Avremmo perso così la quasi totale popolazione di anfibi della zona. Un danno ingentissimo che richiederà decenni per essere sanato.

Di seguito le amare considerazioni di tutti noi espresse magistralmente da Stefano, un giovane “Rospista” dedito da qualche anno ai salvataggi a Revine.

La Posa e l’illusione della “pulizia”: quando perdiamo il senso della natura.

C’è un equivoco profondo, quasi invisibile nel nostro modo di guardare il paesaggio e, più in generale, le cose di natura: crediamo che “pulire” significhi migliorare.

Tagliare, svuotare, sistemare, rendere “ordinato”. Eliminare ciò che appare disordinato è un riflesso culturale prima ancora che amministrativo. Da questo riflesso nascono molti dei danni ambientali che continuiamo a infliggere all’ambiente, quindi a noi stessi, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Quanto accaduto in località La Posa, a Revine Lago, è l’ultima dimostrazione di questa cecità.

Un piccolo stagno, una “lama”, svuotato, il canneto rimosso. Un intervento probabilmente pensato come manutenzione, forse addirittura come miglioramento. In realtà, un atto che interrompe un equilibrio naturale consolidato e cancella, in poche ore, un ecosistema che si era costruito decenni.

Soprattutto, un intervento compiuto nel momento peggiore possibile: mentre migliaia di anfibi – rane, rospi – stavano completando il loro ciclo riproduttivo. Uova deposte, vite in formazione, intere generazioni cancellate. Non è un’interpretazione: è un dato biologico noto, segnalato da anni, ignorato ancora una volta.

Ma il punto non è solo questo.

Il punto è che continuiamo a non capire cosa abbiamo davanti. Uno stagno non è un vuoto da riempire o da “ripulire”. È un sistema complesso, È biodiversità concentrata. È un nodo di relazioni invisibili che tengono insieme acqua, suolo, insetti, piante, anfibi.

È un luogo fragile, ma straordinariamente efficiente.

Eppure, ai nostri occhi, resta qualcosa di marginale. Un dettaglio. Un elemento secondario del paesaggio.

È qui che si consuma il vero errore: culturale, prima ancora che tecnico. Perché la biodiversità non si difende solo con le leggi o con i finanziamenti. Si difende con lo sguardo. Con la capacità di riconoscere valore dove non è immediatamente evidente. Con la consapevolezza che anche un piccolo stagno riguarda qualcosa di molto più grande.

Gli anfibi, ad esempio, sono tra le specie più sensibili ai cambiamenti ambientali. Dove scompaiono loro, qualcosa si è già incrinato. Sono indicatori biologici infallibili, preziosissime sentinelle. Eppure li trattiamo come irrilevanti “Animaletti”. Già Animaletti, è una parola che ho sentito quando ho provato a raccontare l’attività svolta dal gruppo SOS anfibi. Dice della distanza tra noi e ciò che ci circonda. Dice della nostra incapacità di cogliere le connessioni.

E così accade che, mentre si parla sempre più spesso di sostenibilità, di transizione ecologica, di tutela della biodiversità, sul territorio continuiamo a compiere azioni che vanno nella direzione opposta. Azioni banali, quotidiane, apparentemente innocue, come svuotare una pozza, appunto

La cosa più amara è che non siamo di fronte a un episodio isolato. Già vent’anni fa, nello stesso luogo, erano stati segnalati interventi analoghi e proposte soluzioni semplici: delimitare l’area, informare i visitatori, rispettare i tempi naturali. Nulla di complesso. Nulla di costoso. Solo attenzione. Solo cultura.

Vent’anni dopo, siamo ancora qui. Forse è questo che dovrebbe preoccuparci di più: non tanto l’errore, ma la sua ripetizione. Perché significa che non abbiamo imparato. E allora la domanda è: cosa intendiamo davvero quando parliamo di tutela dell’ambiente?

Se continuiamo a intervenire senza conoscere, a “sistemare” senza comprendere, a semplificare ciò che è complesso, rischiamo di trasformare la protezione della natura in una parola vuota. La verità è che, in molti casi, la scelta più difficile – e più intelligente – è non fare.

Lasciare che un luogo resti com’è. Accettarne l’apparente disordine. Riconoscere che quell’equilibrio, anche se imperfetto ai nostri occhi, funziona meglio di qualsiasi intervento improvvisato.

Non è immobilismo. È consapevolezza.

La Posa oggi è il simbolo di una perdita concreta. Ma è anche un’occasione. Per fermarsi. Per capire. Per cambiare approccio. Perché la biodiversità non si distrugge solo con grandi opere o scelte clamorose. Si perde anche così: un intervento alla volta, una pozza alla volta, un errore alla volta.

P.S. Ricordo che un’analoga situazione ebbi modo di segnalarla vent’anni fa ma evidentemente non hanno imparato nulla.

Cordiali saluti

Adriano De Stefano

Fonte: storiedieccellenza.it

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